Quando il lavoro non basta più

quando il lavoro non basta più

“Marta, cosa ti ha spinta a contattarmi?”
“Non ne potevo più di sentirmi a disagio con me stessa ogni lunedì mattina. Facevo un lavoro che sapevo fare, per carità. Ero anche brava. Ma non mi riconoscevo più.”

Così è iniziato il nostro percorso di career coaching e counseling insieme.

Marta lavorava da anni in un ruolo commerciale nel settore retail. Una carriera apparentemente solida, fatta di risultati concreti e traguardi raggiunti. Eppure, da tempo sentiva che qualcosa si era rotto.
“Facevo la spesa bio, donavo regolarmente a organizzazioni che sostengo, ho smesso di comprare su Amazon… poi però al lavoro firmavo contratti con fornitori che non avrei mai scelto nella mia vita privata. Era come vivere con due identità distinte: quella che seguiva i propri valori e quella che li ignorava otto ore al giorno.”

Quel disallineamento aveva iniziato a pesare.

Durante i nostri primi incontri, Marta ha dato voce a una sensazione che sento spesso nei miei percorsi: la fatica di indossare ogni giorno una maschera che non rappresenta più chi siamo diventatə.
Ci siamo prese del tempo per capire dove si fosse rotto il filo e cosa significasse, per lei, un lavoro “giusto”.

Abbiamo esplorato insieme:

  • i suoi “non voglio più”, punto di partenza per ogni transizione significativa;
  • i suoi valori personali, chiarissimi nella vita privata ma assenti sul lavoro;
  • le sue energie: da cosa si sentiva nutrita, e cosa invece le prosciugava l’entusiasmo;
  • le sue risorse: competenze, relazioni, esperienze che potevano essere riutilizzate in modo nuovo, diverso.

 

Marta non cercava “solo” un nuovo lavoro. Cercava un nuovo modo di stare nel lavoro.
Più autentico. Più coerente. Più utile.

L’importanza del contesto e della community

Abbiamo lavorato insieme per mettere a fuoco le sue motivazioni e raccontarle in modo autentico nel CV e nella lettera di presentazione.
“Non avevo mai pensato che la mia esperienza nel commerciale potesse essere utile in una ONG o in una startup a impatto sociale”, mi ha detto un giorno, dopo aver esplorato alcune storie di chi aveva fatto il salto prima di lei.

Marta ha capito che non era necessario buttare via tutto il passato: si trattava piuttosto di rileggere la propria storia professionale con occhi nuovi, riscoprendo potenzialità nascoste, competenze trasferibili e desideri sopiti.

Da dentro a fuori: portare se stessə al lavoro

Una delle scoperte più profonde del suo percorso non è stata solo cosa fare, ma come stare.
“Ho capito che voglio portare me stessa, tutta intera, anche sul lavoro. Non solo la parte competente, ma anche quella sensibile, quella che ha cura, quella che si fa domande.”

Questa consapevolezza è stata il motore per cambiare.

Marta ha iniziato a candidarsi per posizioni nel terzo settore e ha trovato un ruolo in una realtà che lavora nel campo dell’educazione finanziaria per le giovani generazioni.
Oggi, si occupa di partnership e relazioni con i territori, con un focus chiaro: rendere accessibili strumenti e conoscenze che possono fare la differenza nella vita delle persone.

Non ho cambiato solo lavoro,” mi ha detto nell’ultimo incontro. “Ho cambiato postura.”

Se anche tu senti che il tuo lavoro non rispecchia più chi sei diventatə, forse è il momento di fermarti e ascoltare quella voce interiore che chiede coerenza, significato, impatto.

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