Siamo abituatə a raccontare la carriera come una strada.
Si sceglie una direzione, si acquisiscono competenze, si fa esperienza e, possibilmente, si sale. Un percorso lineare nel quale ogni scelta dovrebbe portarci un po’ più vicino a una destinazione che, almeno in teoria, dovremmo conoscere fin dall’inizio.
Ma le vite professionali reali assomigliano molto poco a questa rappresentazione.
Cambiamo noi, cambiano le nostre priorità, cambia il mercato del lavoro. Cambia ciò che siamo dispostə a sacrificare per il lavoro e cambia ciò che chiediamo al lavoro in cambio. Quello che a 25 anni sembrava importante può esserlo molto meno a 35 o a 45. E un ruolo che per anni ci ha dato soddisfazione può, a un certo punto, non bastarci più.
Il career crafting propone un modo diverso di pensare alla carriera: non come qualcosa che scegliamo una volta per tutte, ma come qualcosa che possiamo continuare a modellare nel tempo.
Non significa necessariamente cambiare lavoro, settore o professione. A volte il cambiamento è molto più piccolo: spostarsi verso un ruolo diverso, sviluppare una nuova competenza, modificare il proprio modo di lavorare, cercare un contesto differente oppure aumentare lo spazio dedicato alle attività che ci danno maggiore energia.
La domanda, quindi, non è più soltanto:
“Qual è il lavoro giusto per me?”
Ma:
“Come posso costruire, un passo alla volta, una vita professionale che mi assomigli di più?”
Partire dagli ingredienti, non dal titolo professionale
Quando una persona arriva da me perché vuole cambiare lavoro, una delle prime tentazioni è cercare immediatamente una risposta concreta: Quale lavoro potrei fare? Quali ruoli dovrei cercare? In quale settore potrei ricollocarmi?
È comprensibile. Quando siamo nell’incertezza, avere un nome da dare al futuro ci tranquillizza.
Il problema è che un job title racconta pochissimo dell’esperienza reale di un lavoro.
Due persone con lo stesso titolo professionale possono vivere giornate completamente diverse a seconda dell’azienda, del capo, del gruppo di lavoro, del livello di autonomia, delle responsabilità, dei ritmi e della cultura organizzativa.
Per questo può essere più interessante partire dagli ingredienti del lavoro.
Prova a ripensare ai momenti della tua storia professionale nei quali ti sei sentitə particolarmente coinvoltə, competente o soddisfattə.
Che cosa stavi facendo?
Stavi risolvendo un problema complesso? Organizzando qualcosa? Creando? Insegnando? Coordinando altre persone? Lavorando in autonomia? Imparando qualcosa di nuovo? Aiutando qualcuno? Trasformando un’idea in un progetto concreto?
Poi prova a fare l’esercizio contrario.
Quali attività ti svuotano? Quali situazioni ti annoiano? In quali contesti senti di utilizzare solo una piccola parte delle tue capacità?
Le risposte iniziano a costruire una mappa molto più interessante di qualsiasi elenco di professioni.
Anche i valori hanno bisogno di diventare concreti
Lo stesso vale per parole che utilizziamo spesso quando parliamo di lavoro: flessibilità, autonomia, crescita, creatività, sicurezza, purpose.
Sono parole importanti, ma troppo astratte se non proviamo a capire che cosa significano concretamente per noi.
“Flessibilità”, per esempio, può significare lavorare da remoto. Oppure poter decidere quando lavorare. O ancora avere abbastanza autonomia da poter organizzare una giornata senza dover chiedere continuamente autorizzazioni.
Anche il “purpose” può assumere significati molto diversi. Per qualcunə significa contribuire direttamente a una causa sociale o ambientale. Per qualcun altrə significa semplicemente sapere che ciò che fa è utile, vedere il risultato del proprio lavoro o riconoscersi nel modo in cui l’organizzazione tratta le persone.
Non stiamo cercando di scoprire una misteriosa carriera perfetta nascosta da qualche parte dentro di noi.
Stiamo raccogliendo indizi sulle condizioni nelle quali tendiamo a funzionare meglio.
Smettere di pensare soltanto e iniziare a sperimentare
Uno dei problemi delle transizioni professionali è che cerchiamo spesso di risolverle interamente nella nostra testa.
Pensiamo.
Facciamo liste.
Valutiamo alternative.
Cerchiamo annunci.
Poi ricominciamo a pensare.
Ma alcune informazioni su di noi non possiamo ottenerle attraverso l’introspezione. Possiamo scoprirle soltanto entrando in contatto con la realtà.
È uno dei principi che trovo più interessanti nel lavoro di Herminia Ibarra sulle transizioni professionali: invece di aspettare di avere perfettamente chiaro chi vogliamo diventare, possiamo iniziare a sperimentare dei possibili sé.
Possiamo parlare con qualcunə che svolge un lavoro che ci incuriosisce. Possiamo chiedere come trascorre davvero le sue giornate, che cosa ama del suo lavoro, che cosa invece è molto meno interessante di quanto sembri dall’esterno.
Possiamo partecipare a un progetto, frequentare un corso, fare volontariato, affiancare qualcunə, sviluppare una piccola attività parallela o testare una competenza in un contesto nuovo.
Non perché ogni esperimento debba trasformarsi nella nostra prossima professione.
Ma perché ogni esperienza produce informazioni.
Questo mi piace.
Questo pensavo mi sarebbe piaciuto, invece no.
Qui sono più bravə di quanto immaginassi.
Questo ambiente mi dà energia.
Questo tipo di responsabilità non lo voglio più.
Il cambiamento professionale smette così di essere una gigantesca decisione da prendere nel vuoto e diventa una sequenza di piccoli esperimenti.
Dalla decisione ai dati
È un passaggio importante.
Molte persone che incontro vorrebbero avere la certezza prima di scegliere.
“Come faccio a sapere se sto facendo la scelta giusta?”
Probabilmente non possiamo saperlo completamente.
Ma possiamo costruire condizioni nelle quali la scelta sia più informata.
Possiamo passare dall’immaginare un lavoro al raccogliere dati su come quel lavoro potrebbe essere davvero per noi.
È anche un modo per ridurre il peso della decisione.
Non devo necessariamente sapere oggi che cosa farò nei prossimi vent’anni. Posso chiedermi quale esperimento potrebbe aiutarmi a capire qualcosa in più nei prossimi tre mesi.
Agire, apprendere, integrare.
Fare un passo, osservare quello che succede, incorporare ciò che abbiamo imparato e decidere il passo successivo.
Cercare il filo nella propria storia professionale
C’è poi un’altra difficoltà.
Quando una carriera non è lineare, spesso siamo noi per primə a considerarla confusa.
Abbiamo cambiato azienda, settore o funzione. Abbiamo fatto lavori apparentemente molto diversi. Abbiamo sviluppato competenze che non stanno comodamente dentro un’unica etichetta professionale.
Eppure, guardando la nostra storia da una certa distanza, possono emergere delle continuità.
Forse in contesti molto diversi siamo sempre statə quellə capaci di mettere insieme le persone.
Oppure quellə che trasformavano problemi complessi in qualcosa di comprensibile.
Quellə che costruivano progetti partendo quasi da zero.
Quellə che ascoltavano, mediavano, organizzavano, insegnavano, vendevano, inventavano o portavano ordine nel caos.
Il filo conduttore di una carriera non coincide necessariamente con il ruolo che abbiamo ricoperto.
A volte è una competenza.
A volte un modo di stare nelle organizzazioni.
A volte è il tipo di problemi che ci piace risolvere.
A volte è ciò che le altre persone continuano a chiederci, indipendentemente dal lavoro che stiamo facendo.
Riconoscere questi pattern ci permette di raccontare la nostra esperienza in modo diverso.
Non serve inventarsi una carriera perfettamente coerente
Quando decidiamo di cambiare direzione, spesso nasce anche il problema di come raccontare ciò che abbiamo fatto fino a quel momento.
La tentazione è costruire retrospettivamente una storia perfetta:
Ho sempre saputo dove volevo arrivare.
Ma quasi mai è vero.
E soprattutto non è necessario.
Una storia professionale credibile non deve dimostrare che avevamo previsto tutto. Deve aiutare gli altri – e prima ancora noi stessə – a comprendere che cosa abbiamo imparato, che cosa sappiamo portare con noi e verso che cosa vogliamo muoverci adesso.
La coerenza non deve necessariamente stare nel passato.
Può essere qualcosa che costruiamo guardando indietro dal punto in cui ci troviamo oggi.
Una carriera può funzionare per una fase della vita
Forse una delle idee più liberatorie del career crafting è proprio questa:
una scelta professionale non deve essere giusta per sempre.
Può essere giusta adesso.
Possiamo desiderare cose diverse dal lavoro in momenti diversi della nostra vita.
A 25 anni potremmo cercare crescita, apprendimento e possibilità.
A 35 autonomia e riconoscimento economico.
A 45 maggiore libertà.
E qualche anno dopo potremmo voler tornare a imparare qualcosa di completamente nuovo.
Non significa essere incoerenti.
Significa riconoscere che mentre costruiamo la nostra carriera, continuiamo anche a cambiare come persone.
Per questo una buona carriera non è necessariamente quella più lineare, prestigiosa o facilmente raccontabile attraverso una successione di job title.
È una carriera nella quale continuiamo ad avere una parte attiva nella costruzione della nostra direzione.
Se oggi ti senti bloccatə professionalmente, quindi, forse non serve partire dalla domanda enorme:
“Che cosa voglio fare della mia vita?”
Potresti iniziare da qualcosa di molto più piccolo.
Che cosa vorresti avere un po’ di più nella tua vita professionale?
Più autonomia? Più relazioni? Più creatività? Più apprendimento? Più tempo? Più denaro? Più movimento? Più responsabilità? Più utilità?
E poi aggiungere una seconda domanda:
Qual è una piccola azione concreta che potresti fare per avvicinarti a quella direzione?
Forse una carriera non si trova.
Si costruisce, un esperimento alla volta.