Marta arriva da me in un momento che vedo spesso nei percorsi di career coaching e counseling: non è in crisi “esplosiva”, ma in una stanchezza silenziosa.
Lavora da oltre 12 anni nella stessa azienda, ruolo amministrativo, competenze solide, riconosciute.
Eppure mi dice:
“Non mi sento più dentro quello che faccio. Ma non posso permettermi di mollare tutto.”
Nel mercato del lavoro italiano questa frase pesa forse più che altrove. La sicurezza, il contratto stabile, la difficoltà di ricollocarsi dopo una certa età o in alcuni settori, sono tutti fattori reali, concreti.
E così, invece di cambiare, molte persone restano. Ma restano “a metà”.
Non è un caso che sempre più persone parlino di disconnessione, di fare il minimo indispensabile, di sentirsi spente.
Con Marta però non siamo partite da “cambiare lavoro”.
Siamo partite da una domanda diversa: e se potessimo cambiare il modo in cui vivi il tuo lavoro, prima ancora di cambiare lavoro?
Il punto di partenza: non è solo quello che fai, ma come lo vivi
Nel nostro primo incontro Marta era convinta che il problema fosse il ruolo.
In realtà, lavorando insieme, è emerso qualcosa di più sottile: non era solo cosa faceva, ma come si sentiva mentre lo faceva.
È qui che ho introdotto con lei il concetto di job crafting: la possibilità di modellare il proprio lavoro dall’interno, anche senza cambiare azienda o ruolo.
Non è una soluzione magica. Ma è spesso un primo movimento potente, soprattutto in contesti, come quello italiano, dove il cambiamento non è sempre immediato.
1. Ritrovare il proprio patrimonio professionale
Marta diceva: “Faccio cose noiose tutto il giorno”.
Quando abbiamo iniziato a mappare le sue attività, è emerso altro: capacità di organizzazione, precisione, ma anche una forte attitudine relazionale che non stava utilizzando.
Nel mio lavoro parlo spesso di patrimonio professionale, non solo di competenze. Perché dentro c’è anche ciò che ti dà energia.
Le ho chiesto: “Quando è stata l’ultima volta che ti sei sentita davvero soddisfatta al lavoro?”
Da lì abbiamo individuato tre elementi chiave:
– chiarezza
– supporto alle persone
– senso di utilità
Non erano assenti nel suo lavoro. Erano invisibili.
2. Piccoli spostamenti, non rivoluzioni
Marta non poteva cambiare ruolo da un giorno all’altro.
Ma poteva fare micro-movimenti.
Abbiamo lavorato su una cosa molto concreta: il modo in cui gestiva alcune attività ripetitive.
Ha iniziato a proporre piccoli miglioramenti nei processi interni, a prendere in carico la comunicazione tra ufficio amministrativo e altri team, a rendere più chiari flussi che prima erano confusi.
Non ha cambiato lavoro. Ma ha iniziato a cambiare il suo ruolo dentro quel lavoro.
E questo ha fatto una differenza enorme.
3. Cambiare lo sguardo: dal compito al significato
Uno dei passaggi più delicati è stato questo.
Marta viveva il suo lavoro come qualcosa di “sterile”. Numeri, documenti, procedure.
Le ho chiesto: “A chi serve quello che fai?”
All’inizio non sapeva rispondere. Poi, piano piano, è emerso che il suo lavoro permetteva ad altri reparti di funzionare meglio, di evitare errori, di lavorare con più tranquillità.
Non è diventato improvvisamente “il lavoro dei sogni”. Ma ha iniziato a vedere il senso dentro quello che faceva.
E questo cambia il modo in cui stai nelle cose.
4. Darsi una direzione (anche piccola)
Un altro rischio, quando ci si sente bloccatə, è perdere completamente il senso di movimento.
Con Marta abbiamo definito un obiettivo semplice, ma importante: iniziare a sviluppare competenze di coordinamento.
Non un salto nel vuoto.
Un passo.
Ha iniziato a partecipare a riunioni con un ruolo più attivo, a osservare dinamiche, a sperimentarsi in modo graduale.
Nel mercato italiano, dove spesso i percorsi non sono lineari né veloci, questa capacità di costruire per piccoli passi è fondamentale.
5. Creare uno spazio che ti somigli
Sembra un dettaglio, ma non lo è.
Marta lavorava in un ambiente che percepiva freddo, impersonale.
Abbiamo lavorato anche su questo: organizzazione, piccole iniziative personali, pause diverse.
Ma soprattutto abbiamo lavorato su uno spazio più importante: lo spazio mentale.
Il modo in cui si parlava, il modo in cui si giudicava, il modo in cui si concedeva (o meno) di esistere nel suo lavoro.
Cosa è cambiato
Dopo qualche mese Marta non mi ha detto: “Adesso amo il mio lavoro”.
Mi ha detto: “Non mi sento più incastrata.”
E questa è una differenza enorme.
Ha ritrovato energia, ha iniziato a vedere possibilità, e – cosa interessante – ha iniziato anche a guardarsi intorno con più lucidità, non più per scappare, ma per scegliere.
Nel mio lavoro vedo spesso questa dinamica: pensiamo che l’unica via sia cambiare lavoro, ma a volte il primo passo è cambiare la relazione con il lavoro che abbiamo.
Non sempre è sufficiente. Ma molto spesso è necessario, perché ti permette di uscire dalla posizione passiva e tornare ad avere un margine di azione.