Quando ho incontrato Laura per la prima volta, ripeteva spesso questa frase:
“So che non sono io il problema, ma inizio a sentirmi invisibile.”
Laura aveva un buon CV, anni di esperienza, competenze solide. Eppure, da mesi, la sua ricerca di lavoro era diventata una sequenza estenuante di candidature senza risposta. CV adattati, lettere curate, entusiasmo dosato con attenzione. Poi il silenzio.
Non era una sensazione. Era il mercato.
Negli ultimi anni le posizioni aperte sono diminuite, la competizione è aumentata e molti ruoli di livello medio ricevono centinaia di candidature. Gli algoritmi filtrano prima ancora che qualcunə legga davvero chi sei. E quando sei dentro questo meccanismo, è facile iniziare a dubitare di te.
Ma nel nostro lavoro insieme è emersa subito una cosa: il problema non era “impegnarsi di più” nella ricerca. Era muoversi diversamente.
Quando la ricerca tradizionale smette di funzionare
All’inizio del percorso, Laura era stanca e frustrata. Continuare a candidarsi allo stesso modo le dava l’illusione di fare qualcosa, ma in realtà la teneva ferma.
Una delle prime cose che abbiamo fatto è stata guardare la realtà per come è, senza minimizzarla:
la ricerca di lavoro tradizionale, oggi, spesso non funziona perché il collo di bottiglia non è il merito, ma la visibilità.
Da lì abbiamo iniziato a fare una scelta controintuitiva: smettere di correre più veloce e cambiare strategia.
Abbiamo lavorato per individuare due ambiti che la interessavano davvero, non “ruoli plausibili”, ma contesti in cui avrebbe avuto senso investire energia. Invece di partire dagli annunci, Laura ha iniziato a coltivare connessioni. Senza chiedere un lavoro. Solo per esserci.
Una collaborazione nata quasi per caso, su un piccolo progetto, è diventata il primo punto di svolta. Non perché fosse “il lavoro giusto”, ma perché ha riattivato qualcosa: la sensazione di essere di nuovo in gioco.
Ridefinire cosa significa un “lavoro che ha senso”
Un passaggio centrale del percorso è stato fermarci su una domanda apparentemente semplice:
che cosa rende un lavoro “significativo”, per te, oggi?
Laura all’inizio parlava di impatto, di utilità sociale, di “fare qualcosa che conti”. Ma scavando, è emerso che il significato non era un’idea astratta. Era molto più concreto.
Significava:
- lavorare su problemi che rispettava
- usare competenze che sentiva sue
- finire la giornata con più energia di quanta ne avesse al mattino
Non si trattava di salvare il mondo. Si trattava di sentirsi allineata.
Questo è stato un punto chiave: smettere di cercare il lavoro perfetto e iniziare a cercare un lavoro più autentico di quello che stava lasciando.
Uscire dal CV e iniziare a raccontarsi
A un certo punto è diventato chiaro che il CV, da solo, non stava facendo il suo lavoro. Non perché fosse sbagliato, ma perché non raccontava chi era Laura tanto meno dove stava andando.
Nel percorso abbiamo lavorato sullo storytelling professionale: non per “vendersi meglio”, ma per raccontare in modo strategico il suo patrimonio professionale.
Laura ha iniziato a raccogliere:
- i progetti che l’avevano fatta crescere
- ciò che aveva imparato negli ultimi anni
- i temi che la incuriosivano davvero
Ne è nato un piccolo spazio online, essenziale, senza fronzoli. Non un portfolio patinato, ma una narrazione chiara: questa sono io, questo è ciò che so fare bene e mi piace, questa è la direzione che sto esplorando.
Da lì sono arrivate le prime conversazioni significative. Non candidature automatiche, ma scambi tra persone.
Fare chiarezza facendo, non pensando
Uno dei nodi più frequenti nei percorsi di career coaching e counseling è l’attesa della chiarezza:
“Quando capirò cosa voglio, allora agirò.”
Con Laura abbiamo fatto il contrario.
Abbiamo trattato ogni passo come un esperimento.
Un progetto breve. Una collaborazione temporanea. Un’attività di volontariato mirata. Ogni esperienza serviva a raccogliere dati: cosa la energizzava, cosa la svuotava, cosa non voleva più.
Questo approccio ha tolto pressione e ha restituito movimento.
Non stava scegliendo “per sempre”. Stava testando, e intanto costruiva relazioni, competenze e storie concrete da raccontare.
Proteggere l’energia (perché è parte del lavoro)
Durante il percorso, c’è stato anche un momento di stanchezza profonda. Cercare lavoro, soprattutto quando si cerca qualcosa che abbia senso, è emotivamente faticoso.
Abbiamo lavorato anche su questo: mettere confini alla ricerca.
Poche azioni, fatte bene. Due candidature a settimana. Una conversazione nuova. E una lista di piccoli obiettivo di avanzamento, per non perdere la prospettiva.
Laura ha capito che proteggere la propria energia non era un lusso, ma una strategia.
Un reset possibile, passo dopo passo
Guardando indietro, il cambiamento non è avvenuto in un colpo solo. È stato il risultato di piccoli movimenti coerenti:
- chiarire una direzione, anche imperfetta
- riattivare relazioni
- sperimetarsi, senza aspettare il permesso
Oggi Laura lavora in un contesto diverso da quello che immaginava all’inizio, ma molto più allineato a ciò che è diventata lungo il percorso.
Il mercato resta difficile. Questo non è cambiato.
Ma è cambiato il modo in cui lei si muove dentro il mercato. E questo fa tutta la differenza.
Cercare un lavoro che abbia significato non è ingenuità.
È una forma di coraggio, fatto di scelte piccole sentite e intenzionali.
Il lavoro che conta non inizia con un’offerta. Inizia dal modo in cui cerchi e da chi diventi mentre lo fai.