Una delle frasi che sento più spesso all’inizio di un percorso di career coaching e counseling è:
«Non credo di avere abbastanza competenze per fare altro.»
A volte cambia leggermente: «Non sono abbastanza senior». «Non saprei propormi per quel ruolo». «Non ho un profilo abbastanza forte». «Non credo che qualcuno mi prenderebbe in considerazione».
Quasi mai, però, queste convinzioni nascono dal nulla.
Sono il risultato di anni di esperienze, feedback ricevuti e non ricevuti, ruoli ricoperti, occasioni mancate, confronti con colleghə e, qualche volta, di un’immagine di sé che nel tempo è diventata così familiare da sembrare un dato di realtà.
Il problema è che a un certo punto smettiamo di verificare se sia ancora vera.
«Non sono una persona da ruoli strategici»
Chiamerò Luca una persona che potrebbe rappresentare diversi clienti che ho incontrato nei miei percorsi.
Luca ha 38 anni, una buona formazione e più di dieci anni di esperienza nella stessa area professionale.
Quando arriva da me non è in una situazione drammatica. Ha un lavoro stabile, viene considerato affidabile, conosce molto bene ciò che fa.
Eppure è fermo.
Mi racconta di vedere colleghə con meno esperienza passare a ruoli di maggiore responsabilità. Lui, invece, continua a candidarsi prevalentemente per posizioni molto simili a quella che già ricopre.
Quando gli chiedo quali ruoli gli piacerebbe esplorare, me ne indica alcuni.
Poi aggiunge immediatamente:
«Però non credo di avere il profilo.»
Questa frase diventa uno dei primi oggetti del nostro lavoro.
Perché Luca non sta semplicemente descrivendo le proprie competenze.
Sta raccontando una storia su di sé.
Quando una convinzione costruisce le proprie prove
C’è un meccanismo interessante nelle convinzioni limitanti.
Se penso di non essere abbastanza qualificatə per un certo ruolo, probabilmente non mi candiderò.
Se non mi candido, non verrò convocatə a colloquio.
Se non faccio colloqui per quelle posizioni, non avrò mai l’occasione di verificare come il mercato valuta realmente il mio profilo.
Alla fine potrò continuare a dirmi:
«Vedi? Nessuno mi considera per quel tipo di ruolo.»
È un circuito che si autoalimenta.
La convinzione modifica il comportamento e il comportamento produce una realtà che sembra confermare la convinzione.
È per questo che dire semplicemente a una persona «devi credere di più in te stessə» serve relativamente poco.
L’autostima professionale non si costruisce soltanto attraverso pensieri più positivi.
Ha bisogno anche di esperienze.
Prima di cambiare idea, guardiamo i fatti
Con Luca iniziamo dal suo patrimonio professionale.
Non gli chiedo semplicemente di elencare le competenze.
Ricostruiamo episodi.
Progetti gestiti. Problemi risolti. Decisioni prese. Persone coinvolte. Situazioni difficili affrontate. Feedback ricevuti. Responsabilità assunte senza che fossero formalmente previste dal ruolo.
A un certo punto emerge qualcosa di interessante.
Luca sostiene di non avere esperienza strategica, ma negli ultimi tre anni ha partecipato alla definizione di alcuni processi, proposto cambiamenti successivamente adottati dall’azienda e coordinato informalmente colleghə più junior.
Non significa che sia già pronto per qualsiasi posizione manageriale.
Significa qualcosa di molto più utile:
la frase «non ho esperienza strategica» non descrive con precisione la realtà.
Una formulazione più corretta potrebbe essere:
«Ho alcune esperienze che non ho mai imparato a leggere e raccontare come strategiche.»
Sembra una differenza linguistica.
In realtà cambia parecchio.
Ma il percorso non finisce con una nuova narrazione
Potremmo fermarci qui e lavorare sul personal branding.
Riscrivere il CV. Migliorare LinkedIn. Preparare un elevator pitch più efficace.
Sono strumenti importanti, ma da soli rischiano di lasciare intatta la convinzione di partenza.
Per questo nei percorsi di career coaching e counseling mi interessa molto il passaggio successivo:
costruire nuove prove.
Decidiamo quindi di fare alcuni piccoli esperimenti.
Luca seleziona annunci che normalmente avrebbe scartato perché li considera «troppo alti» per lui.
Non deve necessariamente candidarsi a tutti.
Li analizziamo.
Separiamo ciò che realmente non possiede da ciò che possiede ma tende a svalutare.
Poi sceglie alcune candidature leggermente più ambiziose rispetto a quelle che avrebbe fatto spontaneamente.
Contatta anche due persone del suo network che ricoprono ruoli vicini a quelli che sta esplorando.
L’obiettivo non è trovare immediatamente un nuovo lavoro.
È raccogliere informazioni.
Poi succede qualcosa
Arriva un primo colloquio.
Non va a buon fine.
Ed è comunque un risultato importante.
Perché qualcuno, dall’altra parte, ha letto quel CV e ha pensato che valesse la pena incontrarlo.
La prima piccola crepa nella convinzione «non ho il profilo» è comparsa.
Qualche settimana dopo arriva un altro colloquio.
Questa volta Luca supera il primo step.
Poi un altro ancora.
Nel frattempo cambia anche il modo in cui parla della propria esperienza.
Non perché abbia imparato una formula magica per vendersi meglio.
Ma perché comincia a riconoscere come proprie competenze che prima considerava semplicemente «cose che faccio perché fanno parte del mio lavoro».
La sua storia professionale sta cambiando perché stanno cambiando le prove a disposizione.
Il punto non è pensare positivo
Questo passaggio per me è fondamentale.
Un percorso di career coaching e counseling non dovrebbe convincerti che puoi fare qualsiasi cosa.
Non è vero.
Abbiamo competenze diverse, limiti, vincoli economici, responsabilità, condizioni del mercato del lavoro e momenti della vita differenti.
Il lavoro interessante consiste piuttosto nel distinguere tra un limite reale e un limite che abbiamo smesso di verificare.
«Per questa posizione mi manca una competenza tecnica richiesta» è un’informazione.
«Non sono una persona da ruoli di responsabilità» è una storia molto più ampia.
E le storie possono essere sottoposte alla prova dell’esperienza.
Le convinzioni professionali hanno una storia
Nel counseling, inoltre, possiamo andare un po’ più indietro.
Perché alcune convinzioni sul lavoro non riguardano soltanto il lavoro.
«Devo essere perfettə prima di espormi.»
«Non devo disturbare.»
«Chiedere più soldi significa essere arrogante.»
«Prima vengono i bisogni degli altri.»
«Se non so fare qualcosa perfettamente, significa che non sono abbastanza competente.»
A volte riconosciamo in queste frasi modi di stare nel mondo che abbiamo imparato molto prima di entrare in un’azienda.
Il lavoro diventa semplicemente uno dei luoghi in cui continuiamo a metterli in scena.
Comprenderne l’origine può essere importante.
Ma comprenderla non basta necessariamente a modificarla.
Possiamo sapere perfettamente perché abbiamo paura di esporci e continuare a non esporci.
Ed è qui che coaching e counseling possono incontrarsi: comprendere la storia e, contemporaneamente, creare nuove esperienze.
Non serve un salto enorme
Una delle idee che trovo più utili è proprio questa: per modificare una convinzione non è necessario compiere immediatamente una scelta radicale.
Non devi licenziarti.
Non devi cambiare settore domani.
Non devi svegliarti improvvisamente sentendoti sicurə di te.
Puoi iniziare molto più in piccolo.
Candidarti a una posizione che normalmente avresti escluso.
Chiedere un confronto a una persona che fa un lavoro che ti incuriosisce.
Esprimere la tua opinione in una riunione.
Chiedere un feedback.
Proporti per un progetto.
Raccontare ciò che sai fare senza minimizzarlo.
Negoziare qualcosa che normalmente avresti accettato senza discutere.
Ogni azione produce informazioni.
E quelle informazioni possono confermare ciò che pensavi oppure costringerti a rivederlo.
Entrambe le possibilità sono utili.
Alla fine Luca non è diventato un’altra persona
È questa forse la parte più interessante.
Non è diventato improvvisamente sicuro di sé.
Non ha eliminato tutti i dubbi.
E non ha scoperto il suo fantomatico «vero lavoro».
Ha fatto qualcosa di più concreto.
Ha ampliato l’idea di ciò che considera possibile per sé.
Prima la domanda era:
«Sono davvero abbastanza bravo per fare quel lavoro?»
Alla fine del percorso la domanda è diventata:
«Qual è il modo più piccolo e concreto con cui posso verificarlo?»
È una domanda molto diversa.
Perché la prima cerca una certezza prima dell’azione.
La seconda utilizza l’azione per produrre conoscenza.
Ed è forse uno dei cambiamenti più importanti che possiamo fare quando ci sentiamo bloccati professionalmente.
Non aspettare di sentirci prontə per iniziare.
Iniziare a fare piccole esperienze che ci permettano di scoprire per cosa siamo prontə.